Viaggiare: cosa significa per me e come lo faccio da mamma e fotografa

Ogni viaggio per me è sempre stato qualcosa da portare a casa non solo nei ricordi ma anche tra le mani. È per questo che ho sempre creato album fotografici, anche molto prima di diventare mamma: avevo bisogno di dare una forma concreta a quello che vivevo e che potesse essere riguardato e dunque “attraversato” di nuovo, ogni volta che ne avessi voglia.

Oggi quegli album sono su una mensola, e la cosa più sorprendente è vedere mio figlio Giulio che li prende da solo, li sfoglia e si osserva riconoscendosi e a volte anche emozionandosi. In qualche modo capisce che quei momenti sono esistiti davvero e che lui c’era, anche quando era troppo piccolo per ricordarlo e credo che, senza rendermene conto, sia proprio questo che continuo a cercare ogni volta che partiamo: non solo vivere qualcosa insieme, ma costruire una memoria che resti accessibile anche nel tempo.

L’ultimo viaggio ci ha portati tra Umbria e Marche, senza un programma preciso e senza l’idea di “vedere tutto”. Abbiamo iniziato dal Lago Trasimeno, dove in questa stagione primaverile il tempo sembra naturalmente più lento e le giornate si allungano pian piano. A Perugia ci siamo lasciati guidare da vicoli, scale e scorci improvvisi. Gubbio ci è sembrata sospesa, quasi immobile, come se invitasse spontaneamente a rallentare ancora di più. E infine Urbino, dove ogni angolo sembrava già una fotografia scattata tra luce e geometrie.

Non siamo partiti con l’intenzione di un viaggio “pieno”, e questo è stato uno degli aspetti che più mi è piaciuto.

Viaggiare con un bambino, nel tempo, mi ha insegnato soprattutto a ridimensionare le aspettative e a cambiare prospettiva. Non è più un’esperienza costruita sull’idea di vedere il più possibile, ma piuttosto sull’essere presenti in quello che accade. Questo, nella pratica, significa andare con calma per davvero, molto più di quanto si pensi all’inizio. Significa lasciare che le giornate rimangano non completamente pianificate, perché spesso sono proprio gli spazi vuoti come una corsa improvvisa o qualcosa che cattura la sua attenzione a diventare i momenti più memorabili.

    Un altro aspetto fondamentale è imparare a osservare la curiosità dei bambini invece di guidarla continuamente. Da adulti siamo abituati a decidere cosa vale la pena vedere, ma viaggiando con loro diventa evidente che ciò che li attrae raramente coincide con quello che avevamo immaginato. Lasciare spazio a questa curiosità non significa rinunciare al viaggio, ma accettare che possa prendere una forma diversa, spesso più autentica.

    Allo stesso tempo, mantenere alcune piccole certezze (come i momenti dedicati al riposo o ai pasti) aiuta a rendere tutto più fluido, senza trasformare la giornata in una sequenza rigida di impegni. È un equilibrio sottile, che si costruisce ascoltando piuttosto che programmando.

    E poi c’è la mia passione, la fotografia: un altro aspetto del viaggio che è cambiato con il tempo e con il tipo di esperienze che ho vissuto negli ultimi anni.

    In queste foto, ad esempio, ho cercato di non chiedere a Giulio foto in posa, foto con mamma e papà e di forzarlo in questo. Mi è piaciuto osservarlo per quello che è lui ora, in un’età energica, curiosa e del tutto spontanea nel suo modo di abitare gli spazi. Le fotografie più significative, in fondo, sono arrivate proprio nei momenti in cui smettevo di cercarle.

    Ho capito con il tempo che lavorare con quello che c’è, la luce naturale, gli ambienti reali, a volte anche il disordine, permette di restituire immagini che nel tempo mantengono una verità più profonda. Allo stesso modo, ho imparato a scattare meno e a scegliere di più. Non tutto deve essere documentato, e non tutto ha lo stesso valore. Costruire una piccola sequenza coerente, anche imperfetta, spesso racconta molto più di una raccolta ampia ma dispersiva.

    Nei bambini i cambiamenti sono continui e spesso impercettibili nel momento in cui accadono e forse è proprio per questo che sento così forte il bisogno di fermarli per poterli poi, un giorno, ritrovare, prendere per mano e riconoscere anche a distanza di anni.

    Perché i ricordi, inevitabilmente, si trasformano ma alcune immagini riescono a restituire con precisione quello che è stato e a strapparci un’emozione, qualunque essa sia. E a quel punto, forse, il viaggio continua anche dopo essere terminato.

    Chiara